Il Carnevale Viterbese, una storia lunga più di otto secoli

di DANIELA PROIETTI –

VITERBO – La nostra cara Viterbo, così ricca di storia, non si smentisce neanche quando guardiamo alle tradizioni e, di conseguenza, alle celebrazioni. Secondo la ricerca condotta dall’ottimo giornalista e scrittore Mauro Galeotti, con l’aiuto dell’organizzatore del Carnevale Viterbese Lucio Matteucci, sembrerebbe, che nel lontano 1198, il giorno 11 del mese di Febbraio, il podestà Raniero di Pepone, per nome dell’Università Viterbese e dei rettori della città, stipulò di “fare la guerra o la pace con la vicina Valentano secondo quanto ordinava il Comune di Viterbo e di pagare in carnevale ogni anno X libre di buoni sanesi».

Parrebbe anche che in Italia non vi fossero ancora celebrazioni legate a questo particolare momento, in cui per un lungo periodo si salutavano fino alla Pasqua di Resurrezione i banchetti di carne, di qui, appunto Carnevale (Carnem levamen, o levare).

Agli inizi del XIII secolo, per mano del cronista viterbese Lanzillotto, viene nuovamente menzionato il Carnevale di Viterbo “del mese di Febraro il Venerdì del Carnevale li Brettoni dettero la Battaglia alla Torre de Bartolomeo de Panza”, e così fu anche nel 1244 che, sempre secondo lo scrivente, in un sabato di Carnevale alcuni Viterbesi, non troppo civilizzati, si recarono nell’abitato di Vetralla, derubando i contadini di un’ingente quantità di pecore.

Gli statuti viterbesi, risalenti alla metà del XIII secolo nominano diversi giochi carnevaleschi, tra cui la Corsa all’Anello e la Corsa col Sacco. Ma le gare che più godevano del favore dei cittadini erano quelle effettuate con i cavalli. Oltre al premio naturalmente conferito, al vincitore era donato un animale: la domenica e il lunedì era donato un montone o animali simili ad esso, che simboleggiavano la virilità; il martedì le galline, simbolo della vittima sacrificale, durante il rituale della morte del Carnevale.

Agli inizi del 1300, il Carnevale, con i palii che si disputavano, acquisisce sempre più rilevanza, tanto che Poncello Orsini, allo scopo di ottenere in feudo il Castello di Vallerano, stipula un patto con il Comune di Viterbo che prevedeva la corsa del palio stesso.

Negli Allibrati della Chiesa di Sant’Angelo in Sphata, nel 1346 si fa riferimento agli Ebrei della città e al Carnevale.

Arrivando alla seconda metà del 1440, Niccolò della Tuccia, ricorda la domenica del 15 febbraio del 1461, e i due giorni che la seguirono, quando a Viterbo si tenne una grandiosa festa di maschere, dai risvolti poco certi, tanto che nel 1469 il priore fra’ Francesco da Viterbo, in forza al Convento di Santa Maria del Paradiso, propose in seno al Consiglio Comunale di Viterbo di proibire l’uso di costumi carnevaleschi.

Seguì, nel 1475 un regolamento, dettato dal Consigllio Generale del Comune di Viterbo un regolamento per i giochi con i cavalli e i somari, da realizzare anche durante i tre giorni del Carnevale, le “Festivitate carnis privii”.

Anche durante il XVI secolo molte disposizioni vennero stabilite per regolamentare gli irrinunciabili caroselli carnevaleschi.

La gara del Cerchio, fu protagonista della manifestazione dell’anno 1597, e ai vincitori vennero assegnati oggetti di vario genere e valori, come scopette, stringhe di seta, stringhe di capicciuola, specchi quadrati, guanti fini, speroni e legacci.

Il ‘600 porta in auge vecchi giochi, conosciuti già nei secoli precedenti e nuovi, come le Giostre del Saracino e il Castello della Cuccagna.

Grazie agli incassi ottenuti da una commedia presentata durante il periodo del Carnevale, fu costruito un nuovo palco nella “Sala della Commedia”, all’interno del Teatro dei Nobili.

Le ricerche effettuate, non trovano elementi consistenti nel XVIII secolo, mentre nel 1810, si hanno notizie di veglioni in maschera presso il Teatro del Genio: il costo dell’ingresso era stabilito in 10 bajocchi.

Alcuni anni più tardi, non erano consentite “maschere satiriche, e tendenti a qualificare il carattere di persone Sagre e Religiose”, portare gli abiti, le insegne, i distintivi di coloro che partecipavano ai pubblici uffici, oppure offendere, o compromettere la decenza, e la tranquillità dell’ordine pubblico. Era ragionevolmente vietato portare ogni sorta di armi, offensive o difensive. Sempre nello stesso anno non era consentito attraversare negli ultimi otto giorni di Carnevale le strade corriere con carri carichi d’olio, carbone, letame, fieno, paglia e botti.

Negli anni a seguire, era consentito l’uso della maschera soltanto dopo la mezzanotte e all’interno di luoghi deputati.

Il divertimento deve aver portato a degenerazione, tanto che si parla di divieti resisi necessari per limitare l’uso del turpiloquio e de consumo eccessivo di vino.

Durante il XIX secolo tante furono le regole che tendevano a contenere comportamenti al limite che, evidentemente, tendevano a verificarsi.

La Società del Carnevale, che ebbe sede nel Convento di San Paolo ai Cappuccini, venne costituita per volontà della Società dei Coreofili pallo scopo di curare lo svolgimento del Carnevale.

La Società del Buonumore aveva il compito di organizzare le serate danzanti al circolo e al teatro. Per l’occasione, venne dato alle stampe “Il Frisigello”, un bollettino del carnevale viterbese.

A partire dall’anno 1889, diverse società si contendevano il pubblico viterbese con i propri veglioni. Tra queste, la Società dell’Unione, che il 4 marzo dello stesso anno, organizzò un ballo in maschera dove era prescritto l’abito da passeggio e le persone in maschera dovevano farsi riconoscere all’ingresso. E le maschere, da ciò che si evince dai carteggi, erano sempre più belle e raffinate.

Dal 1924, si iniziano a nominare i carri allegorici e l’anno successivo, venne nominato presidente della Società del Carnevale, Igino Garbini.

I difficili anni a cavallo della seconda guerra mondiale, furono ovviamente privi di manifestazioni carnevalesche, che ripresero, poi a partire dal 1950. Negli anni ’80 si ricominciò ad organizzare le sfilate, così come nel primo decennio del 2000.

Nel 2018, dopo un ulteriore momento di stasi, grazie alla caparbietà di Lucio Matteucci, il mattatore di due edizioni che si sta preparando ad affrontare la terza, e dei suoi collaboratori, facenti parte del comitato, ha avuto inizio un nuovo capitolo del lunghissimo libro del Carnevale Viterbese.

Un ringraziamento, da parte di una città che si prepara, in maniera attiva, o soltanto da spettatrice, va dato anche a quei membri dell’Amministrazione, sensibili e lungimiranti che si stanno prodigando a che si realizzi uno splendido evento, in grado di coinvolgere cittadini di ogni età e posizione sociale.