di MARCO FUMAROLA-
VITERBO- Cosa significa vivere sulla propria pelle l’attimo in cui ti rendi conto che la tua vita potrebbe finire e da un momento all’altro chiudere gli occhi e non esserci più?
Questo, ce lo può dire Roberto Cannuccia un sopravvissuto al Covid-19, che è qui con noi a raccontarci la sua esperienza, grazie all’impegno dei medici ed alla prontezza dei propri familiari, i quali avendo capito la gravità della situazione, hanno fatto intervenire il 118
La storia inizia il 6 marzo e la vogliamo sentire dalle sue parole.
“Nel pomeriggio, dopo essere tornato dal lavoro, scopro di avere la febbre oltre 38 e poi iniziano tutti i dolori articolari, quindi contatto il mio medico di famiglia, che mi chiede subito se ho difficoltà respiratorie, ma non avendo questo problema nego, comunque cominciano dolori muscolari e rifiuto del cibo.
Per 5 giorni seguo la terapia che mi dà il medico senza nessun successo; giornalmente mi sento con il medico, che mi chiede sempre se ho problemi respiratori o affanno, i quali continuano a non essere presenti.
Però, intanto, è subentrata la tosse molto secca e dolori alle costole per il tanto sforzo che io facevo, comunque non miglioravo assolutamente né con la temperatura corporea né con gli altri malesseri come il rifiuto del cibo.
Quindi, dopo altri tre giorni e mezzo che stavo a casa e non miglioravo, i miei famigliari mi hanno fatto ricoverare, anche perché nel luogo di lavoro dove sono stato presente fino al venerdì, c’era già un caso di ricovero di uno dei titolari con sospetto coronavirus, quindi, mi fanno il tampone e la domenica 15 marzo vengo ricoverato.
La prima cosa che mi fanno è una lastra polmonare da cui si evidenzia tutta la mia gravità, per cui mi portano in Terapia intensiva, dove vengo messo in questi caschi con la respirazione forzata dell’ossigeno. Questi sono gli ultimi miei ricordi perché poi non ricordo più niente.
Ho saputo soltanto, al mio risveglio, di essere stato intubato Hanno fatto l’uso del curaro per bloccare tutta la muscolatura per 8 giorni.
Il 15 marzo sono stato ricoverato e il 18 pomeriggio sono stato addormentato per cui dal 18 al 27 si è spenta la mia vita terrena.
Di quel periodo non ho nessuna memoria, in pratica la stessa cosa che succede quando fanno l’anestesia per una operazione chirurgica, poi quando mi sono svegliato non è stato come uno pensa, che apre gli occhi ed è normale: io aprivo leggermente gli occhi, ma non riuscivo a mettere a fuoco niente, vedevo soltanto una luce indistinta, però sentivo molto bene delle voci che parlavano e siccome qualcuno aveva un accento romanesco, pensavo di essere stato portato a Roma.
Invece ero ancora a Belcolle e tra le voci che sentivo, vi era una voce di una donna molto giovane che diceva: “Abbiamo Roberto che si è svegliato, mi vedi Roberto?” Io, invece, non vedevo proprio niente e da lì per un risveglio cosciente ci è voluto un giorno e mezzo, poi mi sono reso conto che i miei arti erano completamente immobili. Riuscivo soltanto a muovere la mano, alzandola fino al gomito ed era l’unico movimento che potevo fare, gambe piedi ed il resto erano completamente immobili, perché il curaro mi bloccava ancora tutta la muscolatura.
Dopo la realizzazione del mio stato fisico, è subentrata anche una realtà mentale ed ho concretizzato che mi trovavo dentro a delle scatole di vetro con l’ossigeno e, sinceramente, non è stata una bella sensazione ed in quella situazione si va facilmente fuori di testa.
Mi sono trovato con una forza che forse non pensavo neanche di avere, perché chiudevo gli occhi e mi immaginavo di stare in un posto all’aperto per non vedere questa superficie, chiusa ermeticamente, che mi circondava.
Sapevo che l’ossigeno che mi entrava mi dava la possibilità di poter respirare, però, a livello mentale, è stata una bella lotta, perché ci sono state persone che spesso cercavano di togliersi questi dispositivi per la respirazione.
Nella stanza, eravamo almeno due, anche se poi la mia percezione era sempre limitata, il mio cervello mi diceva che mi spostavo e mi sembrava di stare in posti differenti continuamente.
Mi sono reso conto che non era vero, poi, come chiudevo gli occhi, la mente mi proponeva tutte immagini ripetitive ossessive, dovute anche all’uso degli oppioidi che mi avevano dato, ovviamente io cercavo di scacciarle, perché capivo che erano frutto di proiezioni mentali, non mie, non naturali, però è stata una bella lotta per restare calmi.
Tanto è vero, che mi ricordo soltanto gli occhi di un medico, che mi si è avvicinato e ad un certo punto mi ha detto una frase che ancora ricordo: “Roberto il tuo comportamento ci sorprende, perché sei riuscito a rimanere sempre molto calmo, non so se in parte questa cosa è dovuta ai medicinali che ti stiamo dando, oppure tu hai trovato dentro di te una forza che nemmeno pensavi di avere” ha poi aggiunto: “È sta una grande soddisfazione, cerca di essere il numero due che esce da questo reparto”.
Questa frase mia ha un po’ incoraggiato, ma probabilmente, come mi avevano detto, le probabilità di farcela erano dovuti all’età non avanzata, 56 anni, e ad un fisico in salute.
Quindi il virus non ha una potenza letale e se si ha un fisico sano con un buon sostegno morale si può superare, infatti, poi fortunatamente ci sono stati miglioramenti e vengo trasferito alla subintensiva dove ero perfettamente cosciente. Comunque, ancora agganciato a tanti sensori che mi controllavano la pressione arteriosa, il battito cardiaco e come saturavo l’ossigeno.
Anche qua non ero solo, ma insieme ad un altro signore che aveva problemi di altro tipo sempre legati al coronavirus, proseguendo il miglioramento era costante, per cui mi hanno trasferito agli infettivi, dove poi ho scoperto che dovevo piano piano riacquistare la padronanza del mio corpo, non tanto la parte superiore, ma le gambe, infatti non mi reggevo in piedi.
Progressivamente, facendo molti sforzi e con l’aiuto del fisioterapista, il quale mi disse che per fortuna i movimenti li facevo, per cui con delle schede tecniche avrei potuto, una volta dimesso, fare questa riabilitazione motoria con lo stretching per rafforzare di nuovo la muscolatura.
Superato il fattore fisico subentra quello emotivo, quando si percepisce che la morte ti bussa alle porte si pensano tante cose, ma stranamente, questa situazione non l’ho vissuta in un modo angoscioso, anzi pensavo più allo sgomento ed alla reazione che potevano avere i miei famigliari alla notizia.
Paradossalmente, forse anche per lo stordimento dei medicinali che mi davano, avevo stranamente una certa lucidità, ad ogni modo non lo so, insomma qualcosa che non mi faceva preoccupare più di tanto.
I sentimenti sono molteplici, comunque mi sento di raccontare questa esperienza perché a volte sentiamo parlare di sanità soltanto in veste di malasanità, molte volte ascoltiamo in televisione tante cose che non vanno in merito e che purtroppo esistono, però la sanità è fatta di persone che la fanno funzionare come è avvenuto con questa cosa completamente nuova di questo virus.
Nonostante l’emergenza, personalmente ho notato tanta professionalità, tanta dedizione in persone come infermieri e rianimatori, alcuni nomi rimarranno sempre nella mia mente come il caposala della rianimazione che si chiama Carlo Trevi, il quale ha costantemente aggiornato i miei familiari sulle mie condizioni, altrimenti avrebbero vissuto in una condizione di atroce angoscia.
Sicuramente è più angosciante per chi sta all’esterno che per chi lo vive, in pratica almeno, io, per una settimana, anche otto giorni, non ero consapevole.
Restando sempre in tema dei familiari, ricordo con piacere la rianimatrice Giulia Ranaldi perché, appena ero sveglio, questa dottoressa ha fatto una videochiamata a mia sorella e mio cognato per farmeli vedere, anche se io non potevo parlare, perché quando vieni intubato c’è in pratica un’irritazione della trachea e delle corde vocali ed ovviamente i suoni uscivano debolissimi.
Un altro medico che ricordo molto volentieri è il dottor Andrea Sanapo per le parole incoraggianti che ha usato, ed alla fine mi ha fatto un grande in bocca al lupo.
Ci sono comunque anche sentimenti di affetto verso gli altri reparti, perché devo dire che tutto il personale infermieristico e gli assistenti, al di là delle loro differenti caratteristiche caratteriali, sono stati veramente incoraggianti oltre che professionali, per riassumere io non mi sono mai sentito solo.
Per ovvi motivi non poteva venirmi a trovare nessuno, e di conseguenza non potevo ricevere visite, però tanti ormai mi conoscevano, mi chiamavano per nome, qualcuno mi chiamava per cognome, si scherzava, si facevano anche delle battute simpatiche.
Io li ricordo anche per questo, perché sì, è importante essere salvati, curati e assistiti, ma io sono stato proprio custodito.
Ecco, infatti io voglio chiamare tutti questi professionisti i custodi della mia persona, perché sono stati questo per me, anche se è vero che la medicina fa il suo corso, ma l’atteggiamento mentale e lo stimolo morale che si ha in questi casi, secondo me è un grande aiuto.
Infatti, ho voluto fare questi ringraziamenti a tutto il personale di Belcolle, perché nonostante i ritmi massacranti ed il modo in cui devono lavorare, sono stati sempre affabili e disponibili.
Vi posso assicurare che vedere queste persone, che entrano con queste tute soffrendo il caldo, che devono sentire le tue vene per un prelievo con tre paia di guanti, è una cosa che loro stessi dicono essere difficile e spesso non riescono a svolgere il loro lavoro come vorrebbero per queste protezioni utili a proteggere loro e i malati.
Ho già citato dei nomi in particolare, che mi sono rimasti impressi, ma voglio estendere i miei ringraziamenti a tutti i medici ed infermieri della rianimazione che sono stati i primi a salvarmi la vita, poi anche tutto il personale della Subintensiva,che si è veramente dimostrato all’altezza della situazione ed infine, non ultimi per importanza, tutti gli assistenti e tutti gli ausiliari che venivano a fare le pulizie e disinfettavano gli ambienti.
Con ognuno di loro c’era sempre una buona parola, uno scambio di sorrisi, quindi sono tutte persone che io porto veramente nel cuore e voglio ringraziare.
Dopo questa esperienza, posso dire che la situazione generale è veramente difficile e non so come verrà gestita, ma certamente richiederà tanto tempo, sicuramente è qualcosa che ci ha cambiato un pò tutti, il nostro modo di vivere e la nostra vita quotidiana, quindi non mi aspetto che da un giorno all’altro la situazione cambierà all’improvviso, tornando a fare quello che facevamo prima.
Personalmente, invece, si pensa e si pensa tanto, anche perché di tempo per pensare non mi è mancato, in quanto ho passato tante notti insonni, vuoi per tutti quei rumori e quei bip dei macchinari, vuoi per la tensione, ero sempre con gli occhi aperti.
Nel riflettere, mi sono chiesto come la mia vita può essere semplificata, e qualche idea mi è venuta, ci sto meditando, poi vedremo come la svilupperò.
Oltre la vita, anche i punti di vista mutano, e ti fanno cambiare modo di vedere le situazioni che si vivono, ad esempio, quando giorni fa c’era la nebbia, la pioggerellina, io non la vedevo come una brutta giornata, ma bensì era una bella giornata di vita con altre caratteristiche, poi le cose che ho maturato riguardano altri campi, che con il tempo vedremo che sbocchi avranno.
Per ora posso dire, che tutto ciò che noi chiamiamo normalità, la routine della vita quotidiana, che a volte può avere anche una connotazione di noioso e di ripetitivo, è invece preziosa, perché, da un momento all’altro, può intervenire qualcosa che non prevedevamo e ci può stravolgere queste situazioni, che non sembrano appunto cicliche monotone, ma invece ci danno questo senso di libertà che dovremmo sempre apprezzare.
Per concludere, voglio dire che suggerirei, in quanto consiglio secondo me è una parola troppo grossa, di non sottovalutare mai la possibilità che questa cosa ci possa capitare, perché non sappiamo in che forma si potrebbe presentare ma un fatto è certo, ci stravolge la vita.
È certamente difficile trasmettere questo, perché poi con il tempo il genere umano tende, generalmente, a dimenticare le cose.
Si può portare l’esempio di una vettura che transita in una strada piena di foglie, appena passa si alzano tutte con un grande polverone, ma appena transitata, ritornano tutte nella strada come se nulla fosse successo, ma attenzione, non tornano nello stesso posto in cui stavano.
Quindi manteniamo sempre alta la guardia, godiamoci la vita per quello che ci dà, senza affannarci alla ricerca della futilità, concentriamoci sui valori umani, che sono tesori importanti in questi momenti difficili”.
(Fonte: https://lacittanews.it/odissea-di-un-sopravvissuto-al-covid-19/)
